Aprile 2018
Quando era partito per Cipro, nel 2000, Stefano Paci si era liberato di tutto il suolavoro artistico precedente. Iniziava una nuova avventura, e soprattutto entrava in unacultura nuova, più antica della nostra, per quanto riguarda le radici. La sua primamostra nell’isola, a Nicosia nel 2002, Visitors, raccontava questi primi contatti e ilfascino dei luoghi e della lingua. Il titolo non era soltanto ironico, come avvienespesso per Stefano, che usa l’ironia per difendersi dalle realtà che vorrebberoinglobarlo, o catalogarlo, o in qualche modo instaurare un dialogo convenzionale conlui. Questi rapporti con lui non funzionano, se non c’è in gioco una dialetticaautentica. Con questa mostra lui ha voluto raccontarsi, cioè raccontare il contatto tradue narrazioni, e il titolo rimanda anche a una serialità che ha materialmenteinterpretato e sviluppato in due rotoli lunghi dieci metri l’uno. Nel 2006, ecco un’altra personale, Dialoghi, e per quanto nel suo proposito ci sia ildesiderio di trovare dei punti d’incontro, anche immergendosi in quella che lui stessoha definito “l’umanità millenaria delle terre bagnate dal Mediterraneo”, come a volercercare nei colori e nella luce una radice comune, il titolo stesso dell’esposizione,analitico e non più ironico, propone un rapporto a due, che significa potersi parlarema anche avvertire il disagio di una diversità che non riesce a superare i propri codiciculturali.Nel 2008 Stefano Paci lavora alle Conserve, che sarà la sua terza esposizione cipriota.Conserve: ci aveva stupito, Stefano, ma forse non era il caso di stupirsi, perché la suaarte è legata da sempre a una sensibilità tattile e materica, visionaria ma legata daprofondi fili logici al suo rispetto per la natura e per le cose. Le sue allegorie nonsono mai fredde, soprattutto non restano immobili. Nell’atto del conservare c’èqualcosa di bello e anche qualcosa di irritante, e Stefano lo avverte. “Sono riuscito adipingere una marmellata di arance, una di frutti di bosco, una scatoletta di sardine eun barattolo di pomodori poi una pericolosa marmellata di cielo e poi tutto s’èfrantumato in un visionario e sovversivo fuori tema”. Già qui comincia una crisi chenon riguarda soltanto Cipro e i suoi rapporti personali ma sembra prendere corpo unainsoddisfazione che implica anche il suo modo di fare arte. Stefano Paci è un artistache si mette sempre in discussione, ha un suo stile ma ogni volta riparte da zero.L’ultima mostra cipriota ha un titolo molto efficace: No relation, quasi una chiusuradei discorsi. In queste tele ci sono delle masse sorde o colorate che si avvicinano,quasi a toccarsi, ma non si toccano, e i fondali sono luminosi e coloratissimi.Nonostante quei vivaci cromatismi, le due realtà sono chiuse ciascuna nel propriomondo e separate da uno spazio minimo. Quello spazio, per quanto minimo,
millimetrico, è insuperabile, resta come limite, come confine, e ogni opera finisce perconcentrarsi in quel piccolo vuoto senza nome, che ognuno può interpretare comevuole ma è difficile credo non percepire l’inquietudine, il turbamento generato da unadistanza minima che resta sempre una distanza, e forse non si può nemmenoconsiderare minima. Tutto è relativo. Il piccolo può essere infinitamente esteso.Marco Ferri Aprile 2018