Provo a riassumere in uno spazio di circa trenta metri quadri di tela il mio stato d’animo in questo ultimo tempo, dopo lo spostamento dall’Italia all’isola di Cipro, e queste che seguono sono le considerazioni scritte prima della pittura.

Ero pronto per la decisione di cambiare posto, tuttora lo sono perché penso che la mia ricerca non possa diminuire o fermarsi a causa di un cambiamento longitudinale,ma che si possa, al contrario, arricchire nell’incontro con una cultura diversa e che la qualità del tempo ad essa dedicato sia importante in qualunque spazio della terra.
Devo dire che la visione positiva di uno spostamento non è da tutti condivisa, con la consuetudine che spesso la vita ci propone, tutti si sentono un poco smarriti nel lasciare e affrontare una cosa nuova.Un po tutti per una sicurezza. Inconsciamente alcuni e altri volutamente, lottano per avere
vicino sempre quello di cui hanno bisogno, che siano i ricordi o le cose del presente. Il vicino e il lontano assumono un significato più serio e confuso di quello che meritano,le amicizie non tollerano le lontananze e i problemi pratici invadono prepotentemente il desiderio di continuare offuscando il valore della novità e di quello che si può presentare di diverso.
Se una cultura può abitare, interagire, ascoltare nuove informazioni, accogliere usanze e storie differenti in tutti i posti del mondo, il corpo che la contiene, spesso, e’ piu’ incline alle comodita’ che il posto principale gli garantisce, preferendo così abitare in un solo luogo e da lì visitare gli altri, stando in una sola casa, sacralizzando quegli oggetti che gli sono in un interno piu’ vicino. Questo corpo ha bisogno di sapere dov’è, riducendo al minimo lo spazio per qualcosa d’imprevedibile o di nuovo che gli si può presentare, ricevendo così senza spirito critico quello che il tempo della tecnologia gli impone.

Non ho ancora abbandonato l’idea di un Mediterraneo nostro,di qualcosa che prosegue e cresce nel nostro spirito al di fuori degli Stati e dei loro problemi.
Essere abitante dei luoghi, non visitatore, con la storia che prosegue, con la nostra interazione. Per la mancanza di tempo e la superbia regalataci dalla modernità, gli uomini delegano ad altri qualcosa
che li riguarda, pensano al futuro senza vergognarsi delle atrocità giornaliere che vedono e il cosiddetto ritmo della tecnologia, ormai inarrestabile, li fa essere visitatori anche dentro le loro case, con qualcuno e qualcosa che gli ricorda la posizione e la direttiva da seguire.
Visitatori in ogni istante senza che quello o questo ci appartenga, visitiamo tutto senza vivere e la memoria, se ne abbiamo una, è annebbiata dalla fretta di visitare altro.

L’identita’ del visitatore ha mille risvolti, ma delle caratteristiche precise: un biglietto, un libro di istruzioni, una macchina per riprodurre delle scene per ricordare di essere stato, e disciplina nel
rispettare il programma. Anche se altre cose influiscono nel fare questo - il sole,la pioggia,la sete,la fame,le informazioni abbondanti,la stanchezza,percorsi accidentati e molteplici ed in generale imprevisti - sarà sempre solo una parte di uomo davanti alla vita.
nche se tutti i luoghi di visita lo accolgono bene e lo aiutano a osservare meglio con dinamicità e precisione, a ristorarlo e garantirgli un buon tempo, quanto ancora è il vuoto dell’uomo visitatore
che deve essere colmato per emozionarsi, per ridere o piangere davanti ad una scena; quanto il messaggio di questa scena , se si riesce a intuire, può contribuire a migliorare la vita di questo.
Il contenuto ed il frastuono del bello, del buono, del brutto e cattivo, rimane nel perimetro del suo corpo senza entrarci, senza essere compreso e diluito, senza capire che hanno una loro origine, che
non vengono dal nulla, ma dalla creazione di altri uomini che hanno usato il proprio spazio temporale in un altro modo.

Stefano Paci