Sono su quella finestra che mi ha lanciato con lo sguardo verso il paesaggio. Immaginavo di volare come l’aquila, registrando tutto il sotto senza dimenticare l’orizzonte. In quello spazio dove il reale si frantumava, imparavo a
conoscermi.
I profumi delle vernici del laboratorio si mescolavano al respiro dell’aria.
Il bianco e nero delle righe calcografiche incominciavano a stamparsi nella mia memoria.
Le linee e le bruciature provocate dall’acido, stampate sul foglio umido, diventavano i segni di quel paesaggio, stravolgendolo in un luogo senza tempo. I bianchi e neri, gli spazi sulla “Rosaspina” erano come la scrittura e le visioni dei poeti e degli artisti di quella terra.

Quel territorio è penetrato dentro di me.

Me ne sono accorto quando molto tempo dopo, lontano da li, dove il sole scalda la pelle e il sudore scivola senza odore sul corpo. Le voci dei popoli, profumate dei fiori di arancio ti accarezzano le guance.
Il verde è uno scherzo che non fai in tempo a rincorrerlo e a ricordartelo, la terra con il grano che sembra all’infinito raccolto. Il mare capace di prendersi il cielo senza disturbare nessuno e viceversa secondo l’umore di
Afrodite.
Lì in quel posto, senza richiesta, le linee, i bianchi e neri, gli odori degli inchiostri in un pomeriggio di dubbio, sono venuti come un padre a trovarmi velati di protezione.

Così inizia “A Pennino”

La scrittura, fatta di linee, man mano che le distribuivo sul foglio Fabriano mi riportava a quel volo attraverso la finestra del laboratorio di Calcografia del Palazzo Ducale di Urbino, dove la realtà si frantumava in spazi e territori solarizzati come in un processo fotografico. La ripetitiva segnatura del pennino bagnato nell’inchiostro di china sul bianco della carta erano le tracce di un colloquio, di un nuovo “processo creativo”. La cadenza dei segni vicini, era il tempo, il mio tempo venuto a fischiarmi nelle orecchie.

Quella però è un’altra storia.

Adesso siamo qui.

Il nero, il nero nella testa. Il disagio, l’incapacità’ di collocare i bianchi e neri dentro l’emozione con cui mi esprimo nella pittura. Lo scuro e la sensazione di essere inabile a interpretare tutte le sfighe del mondo. Oppresso senza cogliere una via di uscita e di espressione. Masse nere, nuvole carboniche piene di acqua. Linee di solchi profondi polverosi senza direzione e frontiere. Territori aspri nel caso siano terra, eleganti senza senso. Territori ridefiniti con un’inutile pazienza che si scontra con l’esigenza di coprire tutto con un pesante passaggio di carbone doloroso. Mari diluiti, terremotati e intorbiditi dall’inchiostro di china sopra linee depositate nelle profondità abissali. Paesaggio dal conforto velenoso, fragile senza una possibile salvezza che fa a cazzotti con la sedicente poesia allo sguardo.
Nero più’ di bianco.

Stefano Paci

 

inchiostro di china, pastello e carboncino
su carta Fabriano