La misura della giusta distanza
Novembre 2017
Attrae l’attenzione, con una gravità che è legge soltanto dello sguardo, quello spazio compreso tra due masse sospese in un improbabile equilibrio.Spazio lasciato o spazio trovato? La differenza fa differenza. Indica due percorsi distinti. Forse è anche spazio misurato, ma l’unità di misura è incalcolabile. Qui l’unità di misura non è una parte che compone l’insieme, piuttosto è l’insieme che si determina nelle sue parti. E l’unità è quello spazio, sottile, quasi la membrana di un “niente” che impedisce il contatto.
Il quadro non dice, il quadro espone, ed espone l’interiorità di Stefano chiamando fuori la nostra. Il quadro è quello spazio “tra” Stefano e noi, e quindi ciò che avevo pensato come un “niente” in realtà è un “tutto”, e ciò che avevo considerato come impedimento a un contatto in realtà è dove accade il contatto, come fosse lo spazio di due sguardi che si toccano l’un l’altro o, se vogliamo, lo spazio nudo che consente a due mani di toccarsi e, nella reciprocità, di sentirsi toccati. Né attrazione, né repulsione. Neppure immobilità perché, se guardi bene, se ti metti alla giusta distanza e non t’imponi sul quadro, potrai in quell’interstizio sentire una tensione.
Se quello spazio non ci fosse, e le forme si toccassero (si uni-formassero) veramente allora verrebbe meno quel sottile luogo che consente la differenza, la diversità, l’alterità, e di conseguenza la possibilità vera di una relazione. La misura è fondamentale, ma è l’insieme a chiederla, di volta in volta, di caso in caso. Il quadro è lì, e anche ciò che consente l’esistenza di un io e un tu, di me che guardo il quadro, di Stefano che guardando il quadro vede in esso un altro sé. E sempre a generare valore è la giusta distanza.
Noi siamo lì.
Angelo Andreotti
Le Forme del tempo
Settembre 2011
Dopo Visitors, Dialoghi e Conserve, che sono i più vicini antecedenti di questi ultimi lavori, e che conservavano nel loro acceso cromatismo una sorta di nostalgia naturalistica, tanto più inquietante quanto più immersa nella piena luminosità mediterranea, in una ricerca di dialogo e di senso tra le colline marchigiane e le spiagge di Cipro, qui ci troviamo in una scena diversa, dentro un confronto senza finzioni.
L'incomunicabilità è il tema o il campo magnetico in cui stazionano queste forme elementari, che sembrano ridotte alle più semplici e nello stesso tempo più enigmatiche macchie di colore, entità che si sfiorano senza toccarsi, senza avere punti in comune, anzi fronteggiandosi sulle linee perimetrali, più crude nella loro gestualità o meno innocenti, alcune producendo sulla propria pelle come un muschio policromo, pennellate che sembrerebbero più le tracce di irritazioni, ferite, graffi di una esistenza che si sottrae ad ogni rappresentazione.
Sotto la bellezza dei colori primari si percepisce la zona d'ombra in cui si perdono i respiri e gli slanci di chi vorrebbe contemplare e ascoltare, come direbbe il poeta Sandro Penna, il dolce rumore della vita, ma nello stesso tempo percepisce una musica quasi estranea, generata da queste masse isolate e vicinissime, segnate da un destino di
prossimità e insuperabile solitudine.
Stefano Paci preleva dalle sue risorse più profonde e infantili questo sguardo innamorato e severo verso il mondo e la sua forza di resistenza è affidata a un alfabeto cromatico volutamente ridotto, basandosi su opposizioni come io e l'altro, piccolo e grande, dolore e ragione, eppure proprio in questo asciutto e drammatico non-dialogo sopravvive il suo sentimento del tempo, che sembra materializzarsi nei margini, lì dove l'artista percorre turbato e con poche speranze i confini sinuosi e ineffabili delle sue forme che non si toccano.
Marco Ferri